08/07/10 - Sole a scacchi a Regina Coeli
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Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo di Giuliano Rietti (operatore della Lega scacchi dell’UISP Roma) intitolato “A queste celle dell'infermeria arriva il sole! E sia pure, per via dell'inferriate, il sole a scacchi: cosa c'è di più classico del netto disegno geometrico ch'esso traccia sul pavimento?”.
Il sole traccia sul pavimento dell’infermeria, attraversando le inferriate a quadro inglese murate e saldate oltre le finestre, una scacchiera sui marmittoni opacizzati delle celle di Regina Coeli. Sembra l’ombra di una meridiana che tende a spostarsi e ad allungarsi con il sole che si sposta e si abbassa. L’ho osservato anche io il disegno di quei quadri guardando all’interno delle celle nelle ore che precedono il tramonto. Luce a scacchi dalle finestre e ombre a scacchi all’interno di queste. A scacchi si potrebbe giocare sistemando i pezzi nelle caselle disegnate dalle ombre. Lo scrittore Silvio D’Amico (1887-1955) scrisse “Regina Coeli” per ricordare la sua breve prigionia nel carcere romano durante l’occupazione tedesca a Roma e la citazione d’apertura di questa pagina è tratta da quel libro. Per motivi differenti voglio ricordarla e non per raccontare del nazismo o dei crimini commessi in quell’oscuro periodo ma, trattandosi dello stesso ambiente e della stessa infermeria, degli avvenimenti tanto diversi che si possono alternare a distanza di tempo nel medesimo luogo. Oggi, in quel reparto del carcere si tiene anche un corso di scacchi per detenuti, un’idea impensabile e improponibile al tempo di D’Amico. Un evento del tutto incompatibile con la detenzione, un alleggerimento della pena in carcere, sarebbe stato considerato un privilegio. A distanza di mezzo secolo quel pensiero restrittivo è tuttavia ancora diffusamente attuale. Il gioco degli scacchi porta leggerezza nelle menti dei detenuti, induce distrazione dalla prigionia, la sua attinenza con lo sport è compatibile con l’accostamento naturale dell’individuo alla libertà. Il gioco degli scacchi con il suo intrecciarsi di mosse e di idee per salvarsi dagli attacchi e per insidiare l’oppositore, con la possibilità che detiene di poter superare ogni difficoltà o problema che si determina sul campo, superando il pensiero dell’altro, rende libero il proprio pensiero che, nella fattispecie, tende a sfuggire ai problemi del carcere e fa immaginare di esserne al di fuori, forse in una piazza o in una sala, forse a casa. In questa scuola nell’infermeria, per qualche ora alla settimana, si alleggerisce quel pensiero dei detenuti, intrappolato e aggravato dai reati e dagli articoli della legge corrispondente, dai ricorsi e dalle udienze, dalle sentenze e dalle privazioni, dalle malattie. Ma i tempi cambiano, fortunatamente, e le leggi migliorano. Eppure certe stranezze risultano sempre difficili da accettare perché è idea comune che un detenuto non dovrebbe poter giocare, non dovrebbe divertirsi o stare meglio di chi sta fuori, di tutti quelli che nonostante posseggano la libertà non hanno risorse né energie né opportunità per lo stato di serenità.
Le persone libere e le persone oneste hanno tanti problemi e non sono disponibili nemmeno mentalmente a considerare agevolazioni o divertimenti per quelli che stanno in galera. Pochi mesi fa, l’autobus stava per fermarsi sul lungotevere in corrispondenza del carcere, qualcuno dei passeggeri esclamò a voce alta: “quelli la dentro si che stanno bene! Gli danno tutto gratis”, altri viaggiatori commentarono rafforzando quella affermazione, “Anche un istruttore di scacchi”, pensai tra me e subito provai un disagio e il desiderio di scendere dal bus. Pochi attimi dopo, salendo il gradino del portone di via della Lungara ebbi la sensazione di stare al sicuro. Oggi nell’infermeria di Regina Coeli al primo piano, al medicina, i detenuti frequentano il corso di scacchi due volte alla settimana che, per 90 minuti svolgo nella sala della biblioteca. Il gioco degli scacchi è entrato a Regina Coeli da quasi un anno. Le scacchiere ed i pezzi da torneo sui tavoli, la grande scacchiera magnetica appesa al muro come una lavagna di scuola, l’orologio per il controllo del tempo sui ripiani della libreria tra volumi in italiano e in altre lingue, sono gli strumenti di apprendimento e di applicazione al gioco e non hanno nessuna pretesa di proporre qualche percorso rieducativo se non quella di distrarre e dilettare per un po’ la mente. Il gioco è nobile per antonomasia ed è per tutti così, senza pregiudizi o limitazioni.
L’artista francese Marcel Duchamp, grande appassionato e giocatore, scriverà di amare gli scacchi anche per la loro dichiarata assenza "di destinazione sociale". Insegno scacchi ai detenuti di Regina Coeli, parlo dell’aggressività di Cavalli e Alfieri, dell’importanza del centro scacchiera, della difesa e dell’Arrocco, della forza della Regina, della vigilanza delle Torri, della speranza dei Pedoni, della fedeltà al Re. Parlo dello spazio e del tempo come elementi fondamentali del gioco, lo spazio della scacchiera controllato e il tempo per anticipare l’avversario. Loro pensano allo spazio insufficiente e sovraffollato delle loro celle e pensano al tempo che deve ancora passare e che sembra non passare mai. E’ una scuola di scacchi autentica nonostante la modalità e il luogo dove ha sede. Gli argomenti trattati sono gli stessi che si tengono in scuole per persone libere. Penso che questa indifferenziazione produca ai detenuti del corso una piacevole sensazione. Se non fosse per i ferri, per il rumore di chiavistelli, per le divise azzurre, per le porte delle celle chiuse, potrei anche pensare di non trovarmi in un carcere.
Giocando a scacchi dimentico spesso che loro sono detenuti, avessero almeno la divisa a righe o i pantaloni color camoscio non avrei questa confusione. Ci pensano loro però a ricordarmelo, L. rimase a pensare su una mossa più del suo solito, poi realizzando una mossa illegale mi disse “non mi accorgo di nessuna minaccia”, e aggiunse “ieri mi hanno dato altri 4 anni, la mia pena finirà nel 2016”.
M. sa giocare bene, imposta bene la partita e i suoi piani strategici sono sempre aggressivi e percorribili, difetta in tattica e per questo motivo vanifica spesso i suoi piani. Lui è un insospettabile. Non indovineresti mai, se non lo sapessi, che sa giocare tanto bene a scacchi. Si sa il giocatore di scacchi è un personaggio fine, educato, colto, discreto e soprattutto una persona seria e per bene. M. invece è burbero, ha il vocione e parla in dialetto romano che può risultare anche volgare. Ha tatuaggi dappertutto e quando fa la sua mossa sulla scacchiera, il suo braccio disegnato e dipinto fino al polso sembra allungarsi minaccioso come un serpente velenoso. Eppure il suo pensiero è buono, le sue mosse sono logiche e forti e anche se a volte si arrabbia con se stesso per gli errori, ha il senso della sportività. Se anziché una t-shirt e tuta e scarpette da ginnastica, se invece di sembrare così un detenuto indossasse bei vestiti e scarpe, sembrerebbe un giocatore di scacchi. Lui mi fa pensare così ai tanti giocatori sconosciuti che ho incontrato nei tornei ufficiali o in partite amichevoli, specialmente mi fa pensare a quelli di più buone maniere, qualcuno di loro, pensandoci adesso, avrà avuto di certo un braccio tatuato ed avrà visto il sole a scacchi.
E’ una contraddizione il saper ben giocare a scacchi di M. col suo aspetto e il suo atteggiamento e i suoi reati. Mi ha raccontato da dove proviene questo contrasto: poiché ha sposato una giocatrice di scacchi e poiché a lui non piaceva fare faccende domestiche, accettò la sfida di riuscire a vincere nel gioco con lei per essere esentato dal fare tali faccende. Ci riuscì. Qualcuno mi ha confessato di partecipare al corso di scacchi principalmente per la opportunità che questo offre di far aprire la porta della cella e di uscirne per un’ora e mezza, “riuscirò a coinvolgerti con Re e Regine” pensai e accettai come una sfida a scacchi quell’intento.
U. proviene dall’America Centrale, mi ha indicato su una cartina geografica appesa alla parete della sala la sua città sul mare, sa giocare bene a scacchi, guarda sempre in tv l’Isola dei Famosi perché il Nicaragua è vicino alla sua terra e riconosce quel mare. All’apertura dedico il maggior tempo delle lezioni spiegando la necessità di sviluppare i pezzi in maniera dinamica, controllando il centro della scacchiera e le manovre avversarie, “impianto aperto o chiuso” spiegando la differenza tra gioco aggressivo e quello posizionale. Sono sempre concetti difficili da spiegare ai principianti e sono ancor più complicati da assimilare per loro.
Con una battuta un ragazzo romano tentò di paragonare l’apertura, “aperta o chiusa” a “veloce o lenta”, poi mi spiegò il motivo, era un gergo, lì dentro ai più noto, per indicare due tipi di stupefacenti più diffusi, rispettivamente l’eroina e la cocaina nelle loro modalità di effetto.
O., un signore distinto e riservato di origine curda proveniente dall’Afghanistan è molto bravo e conosce linee d’apertura, strategia di medio gioco e regole di finali, parla bene l’italiano e mi racconta dei i tornei che ha disputato e di quelli vinti, raramente è presente alle lezioni e le sue assenze sono dovute a motivi di giustizia o sanitari. Giocando contro lui devo fare più attenzione del solito.
A. conosce tutti gli articoli di legge che sono relativi alla sua detenzione, sembra di ascoltare un uomo di legge quando parla di sé, però fa mosse illegali negli scacchi, quelle norme e quel regolamento non ha interesse ad apprenderli. A. ha scritto una poesia, pubblicata poi sul sito dell’UISP, per la manifestazione di Natale che ha permesso di realizzare un torneo di scacchi nell’infermeria tra i detenuti del corso e giocatori esterni,“…./…. Noi che il mondo a scacchi vediamo/con gli scacchi ci distraiamo/ Una piccola illusione di libertà/….”.
Si è ripetuto il 5 luglio 2010 e i liberi hanno giocato ancora a scacchi con i reclusi a Regina Coeli. E’ stata una giornata di sole e nelle celle dell’infermeria quel sole ha disegnato ancora scacchiere sul pavimento, come nei giorni di sole dell’ottobre del 1943 di Silvio D’Amico.“Quanti dolori, ahimè, potremmo fuggire, se solo potessimo ritirare le mosse sbagliate e giocare di nuovo” (J. W. Goethe).
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